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sabato 10 agosto 2013

7 agosto 1964 - ore 17,30



Il 7 agosto, nel tardo pomeriggio, (Antonio Segni) fu colpito da una trombosi cerebrale.   Era nel suo ufficio al Quirinale, e si apprestava a congedare Moro e Saragat, rispettivamente Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, che avevano discusso con lui alcune importanti nomine diplomatiche.   La conversazione, a quanto risulta, non era stata serena.  [...]    Le dicerie di corridoio, mai confermate dai protagonisti dei fatti, riferirono di una discussione animata fino ai limiti dell'alterco tra il Capo dello Stato e il Ministro degli Esteri.   La collera di Segni poté contribuire all'incidente circolatorio che comunque covava, secondo le testimonianze, da qualche tempo.    A più d'un visitatore il Presidente della Repubblica era sembrato confuso, impressionabile, a volte farneticante.   "La verità" disse un giorno Saragat a Gorresio "è che per alcuni mesi noi abbiamo avuto un Capo dello Stato non nel pieno possesso delle sue facoltà."   Fatto sta che, mentre parlava con Saragat e Moro, Segni a un certo punto aveva avuto difficoltà ad esprimersi "come se avesse una caramella in bocca".   S'accasciò sul suo scrittoio, mentre i suoi due interlocutori si precipitavano a sorreggerlo, e alcuni valletti, allarmati da grida invocanti soccorso, spalancavano la porta e accorrevano.   Gli stessi valletti, interrogati più tardi da Gorresio, dichiararono d'aver udito, dall'anticamera, "parole e accenti concitati" che non riguardavano soltanto il movimento diplomatico.   "Anche minacce di Alta Corte di Giustizia, ma non si capiva fatte da chi contro chi."    Il che diede parvenza di credibilità alle mormorazioni secondo le quali Saragat, infuriato, aveva rinfacciato a Segni talune iniziative del luglio caldo. [...]
 
Indro Montanelli e Mario Cervi
("Storia d'Italia: L'Italia dei due Giovanni", Rizzoli, 1989)
 
 
Famiglia Cristiana - 30 agosto 1964

venerdì 9 agosto 2013

14 luglio 1964 - Complotto al Quirinale

 
 
Il dimissionario Moro fu incaricato da Segni, il 3 luglio 1964, di formare il nuovo governo.   Era, o sembrava, prostrato dalla fatica di Sisifo che ogni Presidente del Consiglio italiano ha dovuto affrontare; e che era tanto più scoraggiante quanto più alte apparivano le probabilità che il Ministero in gestazione fosse una copia conforme di quello testé defunto.
Se Moro era stanco, il Presidente della Repubblica oscillava tra scatti di decisionismo e momenti di profondo abbattimento fisico e mentale.   [...]
Il fatto è che a Segni il centrosinistra non andava a genio.   Vedeva in esso la causa dell'improvviso appannarsi del "miracolo" italiano.   Nenni, ricevuto dal Capo dello Stato proprio quel 3 luglio, s'era sentito apostrofare con queste parole: "È necessario che lo comprendiate: il Paese non tollera la vostra presenza al governo.   Avete contro di voi tutte le forze economiche italiane.   Non vi ostinate.   L'unico contributo che potreste dare alla soluzione di questa crisi è il rifiuto di costituire una nuova edizione del centrosinistra".
Nenni aveva replicato che un Partito come il PSI non poteva rinunciare a una politica che gli era costata la scissione, solo perché il Presidente della Repubblica non era d'accordo.   "Va bene, non posso costringervi" aveva concluso Segni "ma badate che se trasformate in legge il progetto urbanistico di Fiorentino Sullo e Riccardo Lombardi io mi rifiuterò di firmarlo e lo rimanderò alle Camere".
Per Moro, il problema era quello di mettere la sordina ai propositi socialisti di riforme incisive e traumatiche, e insieme quello di evitare che il filo ancora sottile con cui il PSI era stato agganciato alle responsabilità del potere e sottratto alle sirene comuniste, fosse d'un tratto vanificato.   Segni voleva essere minutamente informato sullo svolgimento della trattativa: "Riferirò nelle fasi salienti al Capo dello Stato" aveva precisato Moro.   E così si arrivò al 14 luglio.
A Villa Madama, dove le delegazioni erano riunite, le posizioni dei possibili alleati risultarono inconciliabili, la DC contro tutti gli altri su alcuni punti che, in prospettiva, possono apparire minori, ma che allora erano dirompenti: la legge urbanistica, la scuola, l'allargamento del centrosinistra alle amministrazioni locali.   L'indomani i cocci furono faticosamente rincollati, e il 17 luglio l'accordo era fatto.   Nel PSI, pur già amputato della sua ala "carrista", vi furono malumori vivaci.  Giolitti lasciò il Ministero del Bilancio al più malleabile Giovanni Pieraccini, e Riccardo Lombardi rinunciò alla direzione dell' "Avanti", congedandosi con un editoriale polemico.   I frondisti sostenevano che Nenni aveva impegnato il PSI in un centrosinistra senza più carica vitale, senza iniziative, asservito all'attendismo democristiano, e all'azione frenante di Segni. [...]
 
Indro Montanelli e Mario Cervi
("Storia d'Italia: L'Italia dei due Giovanni", Rizzoli, 1989)