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domenica 21 aprile 2013

Sessantamila capitani e cinquecentomila aspiranti




Col primo sole di primavera, a Portofino le barche sportive ritrovano la via del mare.   Uomini d'affari milanesi, studenti di Genova, sedentari e lavoratori a reddito fisso lasciano le giacche di città per infilare gli impermeabili gialli del perfetto navigatore.
[...] A Gardone, il sabato pomeriggio, almeno trenta provinciali passano l'esame di guida nautica, e sul laghetto Malaspina, una grossa pozza alla periferia industriale di MIlano, centinaia  di aspiranti motonauti scendono dalla 600 e imparano a correre sull'acqua.   Dovunque la terra ferma finisce e comincia il mare, il lago o il fiume, a Pasqua gli italiani varano l'estate.
Uno sport riservato ai pescatori e a pochi intenditori, è diventato in pochi anni il passatempo di decine di migliaia di persone.
E' difficile sapere con esattezza quanti siano i proprietari di barche da diporto in Italia.   Gli unici dati ufficiali si trovano agli Ispettorati compartimentali della Motorizzazione Civile.   In quelli di Milano, Torino, Roma, Venezia, Bologna, Firenze, nel '62 risultavano immatricolati 13.938 scafi e motoscafi e 25.714 motori fuoribordo.   Mancano i dati degli altri Ispettorati e delle capitanerie di porto, anch'esse autorizzate a ricevere immatricolazioni.   Tenendo conto di quest'ultime, certamente le più numerose, e del gran numero di natanti abusivi, si può calcolare che la flotta del tempo libero in Italia sia formata da 60.000 imbarcazioni a motore.   Le patenti rilasciate dalla motorizzazioni civile oscillano tra le 15.000 e le 20.000 l'anno.
Oggi in Italia una famiglia su quindici possiede una barca.[...]
In questa massa di esordienti sono pochi gli appassionati della vela, un'arte difficile e scomoda.   È stata l'automobile a portare gli italiani al mare e il loro rapporto con l'acqua risentirà a lungo di questo battesimo.
[...]
("PANORAMA" - aprile 1964)
 
 

mercoledì 18 aprile 2012

Le Donne al Guinzaglio (ma ora si stanno muovendo per la parità dei diritti - chi le ferma più?)


A furia di leggere e di sentirsi ripetere che la donna è diventata uguale all’uomo, che tutte le carriere le sono aperte, che l’emancipazione è un fatto compiuto anche da noi, le italiane si sono convinte d’essere quasi vicine al matriarcato. Credono d’aver superato i pregiudizi ad ogni livello geografico. Si guardano tutti i giorni in un grande specchio tentando inutilmente di riconoscersi. Alle aspirazioni modeste di venti, dieci anni fa, sostituiscono nuovi ideali (un’automobile propria, una lavatrice, uno stipendio a fine mese, un biglietto da visita col proprio nome) e si sentono moralmente promosse.
I giornali le descrivono belle e dinamiche, colte ed eleganti, regine d’una casa che ubbidisce ai consigli degli arredatori. Commercianti e industriali giocano con la loro nuova indipendenza, intuendovi grosse possibilità di guadagno (la donna che lavora compera cosmetici, settimanali, saponette, scarpe, elettrodomestici, prodotti in scatola: È un giro di miliardi). […]
Le orbite di Valentina, i figli di Mina e della Spaak, la cronaca con le sue suffragette del femminismo moderno hanno riportato d’attualità il vecchio problema dell’emancipazione femminile. Non c’è salotto dove prima o poi qualcuno non tiri fuori l’argomento (la donna al volante, la donna poliziotto, la donna chirurgo, la donna con tutte le sue velleità avveniristiche) magari solo per dire una battuta di spirito, o per raccontare la storia d’una ragazza troppo allegra, pretendendo d’addurla ad esempio di donna emancipata. Gli uomini si definiscono di volta in volta “tolleranti”, “scettici”, “onestamente preoccupati”. […]
Una rivoluzione che sembra allargarsi a macchia d’olio in tutto il paese si riduce, nell’ambito familiare, ai suoi veri termini. Certo non tutti i mariti, i figli, i fratelli e i fidanzati sono tiranni che pretendono di condizionare i respiri delle donne. Al contrario mai come adesso gli italiani sono parsi di così larghe vedute. Ma per molti di loro il problema s’imposta diversamente: è facile che confondano l’emancipazione con la licenza sessuale, e da questa sperano di trarre i maggiori benefici senza rimetterci nulla. “Le svedesi, che donne!”, dicono alle ragazze; “Le tedesche che temperamento!” Ma non passa mezz’ora che fanno una scena alla fidanzata o alla moglie per una scollatura o per un rossetto troppo acceso.


[…]Molte ragazze credono che una vita libera, senza divieti materni, “alla svedese”, come dicono, sia un mezzo per trovare più facilmente il vero amore. Ma l’uomo non ha ancora accettato la parità dei diritti tra i sessi, e la moglie di solito se la cerca tra ragazze più comode e tradizionali. […]
Col matrimonio la situazione non migliora. La fatica raddoppia. Il lavoro, che dovrebbe essere per la donna un diritto prima che un dovere, e un mezzo per esprimere compiutamente se stessa, diventa (per un’organizzazione sociale che non l’aiuta, per la scarsa comprensione del marito, e anche per una propria sostanziale incapacità di mettere ordine ai vari impegni) un peso intollerabile. Alle responsabilità d’un impiego fuori casa s’aggiungono così le preoccupazioni della famiglia. […] La giornata comincia alle 6 del mattino, e termina nel migliore dei casi a mezzanotte. Finisce l’orario in ufficio o alla fabbrica o al negozio, e cominciano altri orari e altre fatiche. I figli vogliono una madre premurosa e paziente. Il marito, che torna a casa dal lavoro sempre “stanco”, vuole una moglie ottimista, serena, possibilmente bella e innamorata. Ma una donna, sottoposta a una vita così turbinosa, raramente soddisfa gli altri e se stessa. La fatica è eccessiva. […]
Non si può parlare d’emancipazione femminile senza dare un’occhiata alla carta geografica. Nel sud l’antifemminismo assume aspetti più precisi, le donne che non lavorano vivono per questa loro improduttività in uno stato di quasi soggezione. Dalla siciliana-tipo alla milanese-tipo c’è una differenza di secoli. Spesso a trent’anni la siciliana già si considera vecchia. Perfino la gelosia, dopo i trent’anni, diventa un controsenso, e le denunce contro i mariti adulteri non vengono quasi mai sporte oltre quell’età. La donna passa dalla tutela del padre e dei fratelli a quella del marito, e se il marito muore, spesso a quella del suocero e dei cognati. […]
Nel sud più che mai la donna ha davanti agli occhi l’esempio della madre, “una santa” sacrificata ai fornelli e alla volontà del marito. Il suo destino è di procreare, di tirare su i figli cristianamente. Il controllo delle nascite non si può neanche nominare. I rapporti coniugali si riducono a un dovere religioso.
Come si può dire realizzata l’emancipazione femminile in Italia, quando da un punto all’altro esistono sbalzi così violenti di moralità, d’istruzione e d’abitudini? Quando i giornali, lo stesso giorno, pubblicano fotografie di donne che proclamano il loro diritto d’essere “spose e amanti”, e di altre, sconosciute, che uccidono o sono uccise “per onore”? Gli eccessi, si direbbe, fanno spettacolo. Ma in entrambi i casi c’è qualcosa di anacronistico e di innaturale che ritarda l’ascesa della donna verso il posto che le spetta nella famiglia e nella società.
Nel nord la situazione è migliore ma sostanzialmente non cambia. Nemmeno qui il problema dell’emancipazione è penetrato a fondo nella coscienza delle donne. Quasi sempre l’emancipazione è intesa come una questione di diritti civili, o come libertà sessuale, o come un dato statistico: quante sono le donne che lavorano, eccetera.
[…]
 
 
 
aprile 1964

sabato 14 aprile 2012

ITALIA-SPRINT (Una grande forza vitale rinnova il paese)



[…]
Ed eccoci in mezzo al miracolo. Ma il termine ci pare improprio e inadeguato alla portata dell’avvenimento. L’Italia in effetti non è diventata quello che è, attiva e prospera, da un momento all’altro, per forza di circostanze esterne e misteriose. S’è fatta da sé, attraverso il lavoro e il sacrificio di quindici anni. Il miracolo c’è stato per gli stranieri e i distratti rimasti a un’immagine convenzionale del nostro Paese.
Lo prova il fatto che esso, […], non è di natura puramente economica. La nostra società sotto la spinta dell’economia, s’è trasformata e continua a trasformarsi. Vediamo centinaia di migliaia di contadini che ogni anno abbandonano la terra e accorrono nelle città del nord. La patriarcale vita agricola è quasi totalmente scomparsa. Un numero sempre crescente di donne lavora, e le ragazze non accettano più passivamente d’essere considerate inferiori ai loro coetanei maschi, ma vogliono essere indipendenti e scegliersi la strada che preferiscono. La gente viaggia, vuol conoscere il mondo, non si contenta di sognarlo o di esserne vagamente informata. Si legge, si cerca di capire, non ci si piega all’autorità, sia quella paterna, o del maestro, o del prete. La democrazia sociale, per dirla con un’unica espressione, è in alto.


Niente “miracolo” dunque. È vero però, e dobbiamo ammetterlo, che negli ultimi anni l’espansione economica ha assunto degli aspetti particolarmente vistosi che hanno soffocato le altre trasformazioni in corso. La prosperità è diventata quasi una parola d’ordine. Gli italiani non soltanto sono più prosperi che in passato: si compiacciono d’esserlo. Non soltanto possiedono più beni materiali di una volta: godono di metterli in mostra. Accanto al benessere è venuto fuori un certo esibizionismo.
A volte, questo esibizionismo è così volgare che fa quasi rimpiangere i tempi in cui si era più poveri sì, ma anche più modesti e tranquilli. Chi ha comprato da poco l’automobile, vuole utilizzarla a ogni costo, anche se non è necessario (contribuendo a ingorgare il traffico) per il piacere di farsi vedere. Alla fine di ogni settimana bisogna assolutamente andar “fuori”. Così a cominciare col venerdì sera, i dintorni delle grandi città diventano una fiera rumorosa. La gente si affolla, si agita, suda, grida. La smania di vivere diventa isterismo. Sembra quasi che non credano alla realtà dei beni che abbiamo sotto gli occhi, ci si precipiti sopra di essi per goderli prima che scompaiano come un sogno. Invadiamo gli alberghi, le trattorie, i treni, i caffè, i luoghi di vacanza, a passo di carica.
E l’esibizionismo non è soltanto nella gente, è nelle cose. Si costruiscono edifici che sono una sfida al buon senso, che sembrano fatti solo per colpire l’attenzione. C’è uno spreco di vetri, di cromature, di pietre rare, che fa paura. Laddove basterebbe una pompa per la benzina e un bar per bere un caffè, si creano stazioni di servizio che occupano migliaia di metri quadri. Pur di costruire non si rispetta nulla. Si abbattono gli alberi, si deturpa il paesaggio, si massacrano quartieri pieni di memorie che hanno il solo torto di non “rendere”.
Si fa chiasso. Dappertutto si predica la lotta contro i rumori, ma la verità è che nessuno vuol saperne della pace e del silenzio. Sembra che si voglia esprimere col frastuono un’intima soddisfazione. Si grida, si canta, si suona, si va a tutto gas.


Anni di puritanesimo, e magari di ipocrisia, ci avevano sessualmente compressi. Ora ci scateniamo con un erotismo visivo che a volte sembra un sintomo di senilità precoce. Non c’è reclame, latte, salame, dentifricio, che non si accompagni a immagini sessuali. Si vive in un universo popolato di seni, fianchi, cosce, bocche provocanti. Dovunque par di leggere un invito a eccitarsi e a soddisfare i propri desideri.
Davanti a questi aspetti della vita di oggi, spesso restiamo perplessi e rattristati. Il benessere non sta forse raddoppiando la volgarità e la stupidaggine? Come quando si ha fame ci si rimpinza senza badare alla qualità; e siccome nessuno vuol essere da meno, si guarda sempre cosa fanno gli altri. Così finiamo per fare tutti le stesse cose. Chi ha più il coraggio di essere quello che è? Invece di sviluppare la personalità di ognuno, il benessere non sta spingendo le qualità individuali nel conformismo?


Si potrebbe continuare all’infinito. Sono queste riserve che nel cinema e nella letteratura dan luogo a un pessimismo che ripete, su un piano diverso, quello di venti anni fa. Allora era il pessimismo della miseria; oggi è quello della ricchezza. Si pretende che il denaro ci stia disumanizzando, rendendoci simili a macchine, a cose, incapaci di “comunicare” fra loro. Nasce così, un po’ frettolosamente, la poetica dell’ “alienazione”, della “non comunicazione” che trova, fra gli analfabeti, tanti stupidi seguaci.
[…]Quanto alla volgarità, non esageriamo. Non è stato sempre così? C’è mai stata un’epoca di sviluppo, di progresso che non abbia fatto esplodere nello stesso tempo gli appetiti più bassi, il fondamentale cattivo gusto della gente? […] A parte alcune eccezioni, da contare sulle dita di una mano, tutte le più grandi personalità del tempo furono ladri, speculatori, aggiotatori, gaudenti sfrenati.
[…] Smettiamola dunque di inorridire. La vitalità non è mai estetica né umana. È qualcosa d’irrazionale, che non rispetta nulla, che calpesta, direbbe Heine, “ogni gentil fiore”. E l’Italia di questi anni è essenzialmente un fenomeno di vitalità. Quindi è anche naturale che maltratti le sue bellezze, le sue città, il suo paesaggio. Una timida stradetta, con vecchie case a due piani, balconcini, giardinetti interni, è certamente un’oasi di poesia; ma per quanto poetica non può fermare (e ne avrebbe il diritto?) il piccone che la demolisce per far posto a uno sfacciato edificio di quindici piani, splendido di cristalli e di acciai.

 

PANORAMA - gennaio 1964



Quando un paese cambia in fretta come il nostro sta cambiando, ogni giorno, dovunque, il nuovo e il vecchio s'affrontano in tutti i loro aspetti.   Lo vediamo soprattutto nelle città: è come se avessero la febbre.   Interi quartieri vengono demoliti e rifatti; piazze, strade, monumenti, progettati cinquecento o anche solo trent'anni fa per una civiltà che non è più quella d'oggi, scompaiono con i nostri ricordi o minacciano di scomparire.   La speculazione immobiliare si scontra coi sogni degli urbanisti, i bisogni dell'uomo e della società moderna, con le esigenze di bellezza, di spazio e di calma che sono dell'uomo di tutti i tempi.   Come saranno fra cinque, dieci anni.   Firenze, Genova, Roma, Milano o anche soltanto i sobborghi industriali che si allargano intorno ai vecchi nuclei urbani?   Che le città di domani abbiano una misura armoniosa, uno scenario gentile e umano, è importante per chi dovrà viverci quanto il costo degli affitti o il buon funzionamento degli autobus e delle metropolitane: e per questo la scelta appartiene alla comunità.   Ma ci sono altre scelte che riguardano gli individui.   Gusti, abitudini, orari, consumi, investimenti, il modo di mangiare e di abitare, di lavorare e di pensare al futuro: tutto è rimesso in discussione e sta cambiando.