mercoledì 18 aprile 2012

Le Donne al Guinzaglio (ma ora si stanno muovendo per la parità dei diritti - chi le ferma più?)


A furia di leggere e di sentirsi ripetere che la donna è diventata uguale all’uomo, che tutte le carriere le sono aperte, che l’emancipazione è un fatto compiuto anche da noi, le italiane si sono convinte d’essere quasi vicine al matriarcato. Credono d’aver superato i pregiudizi ad ogni livello geografico. Si guardano tutti i giorni in un grande specchio tentando inutilmente di riconoscersi. Alle aspirazioni modeste di venti, dieci anni fa, sostituiscono nuovi ideali (un’automobile propria, una lavatrice, uno stipendio a fine mese, un biglietto da visita col proprio nome) e si sentono moralmente promosse.
I giornali le descrivono belle e dinamiche, colte ed eleganti, regine d’una casa che ubbidisce ai consigli degli arredatori. Commercianti e industriali giocano con la loro nuova indipendenza, intuendovi grosse possibilità di guadagno (la donna che lavora compera cosmetici, settimanali, saponette, scarpe, elettrodomestici, prodotti in scatola: È un giro di miliardi). […]
Le orbite di Valentina, i figli di Mina e della Spaak, la cronaca con le sue suffragette del femminismo moderno hanno riportato d’attualità il vecchio problema dell’emancipazione femminile. Non c’è salotto dove prima o poi qualcuno non tiri fuori l’argomento (la donna al volante, la donna poliziotto, la donna chirurgo, la donna con tutte le sue velleità avveniristiche) magari solo per dire una battuta di spirito, o per raccontare la storia d’una ragazza troppo allegra, pretendendo d’addurla ad esempio di donna emancipata. Gli uomini si definiscono di volta in volta “tolleranti”, “scettici”, “onestamente preoccupati”. […]
Una rivoluzione che sembra allargarsi a macchia d’olio in tutto il paese si riduce, nell’ambito familiare, ai suoi veri termini. Certo non tutti i mariti, i figli, i fratelli e i fidanzati sono tiranni che pretendono di condizionare i respiri delle donne. Al contrario mai come adesso gli italiani sono parsi di così larghe vedute. Ma per molti di loro il problema s’imposta diversamente: è facile che confondano l’emancipazione con la licenza sessuale, e da questa sperano di trarre i maggiori benefici senza rimetterci nulla. “Le svedesi, che donne!”, dicono alle ragazze; “Le tedesche che temperamento!” Ma non passa mezz’ora che fanno una scena alla fidanzata o alla moglie per una scollatura o per un rossetto troppo acceso.


[…]Molte ragazze credono che una vita libera, senza divieti materni, “alla svedese”, come dicono, sia un mezzo per trovare più facilmente il vero amore. Ma l’uomo non ha ancora accettato la parità dei diritti tra i sessi, e la moglie di solito se la cerca tra ragazze più comode e tradizionali. […]
Col matrimonio la situazione non migliora. La fatica raddoppia. Il lavoro, che dovrebbe essere per la donna un diritto prima che un dovere, e un mezzo per esprimere compiutamente se stessa, diventa (per un’organizzazione sociale che non l’aiuta, per la scarsa comprensione del marito, e anche per una propria sostanziale incapacità di mettere ordine ai vari impegni) un peso intollerabile. Alle responsabilità d’un impiego fuori casa s’aggiungono così le preoccupazioni della famiglia. […] La giornata comincia alle 6 del mattino, e termina nel migliore dei casi a mezzanotte. Finisce l’orario in ufficio o alla fabbrica o al negozio, e cominciano altri orari e altre fatiche. I figli vogliono una madre premurosa e paziente. Il marito, che torna a casa dal lavoro sempre “stanco”, vuole una moglie ottimista, serena, possibilmente bella e innamorata. Ma una donna, sottoposta a una vita così turbinosa, raramente soddisfa gli altri e se stessa. La fatica è eccessiva. […]
Non si può parlare d’emancipazione femminile senza dare un’occhiata alla carta geografica. Nel sud l’antifemminismo assume aspetti più precisi, le donne che non lavorano vivono per questa loro improduttività in uno stato di quasi soggezione. Dalla siciliana-tipo alla milanese-tipo c’è una differenza di secoli. Spesso a trent’anni la siciliana già si considera vecchia. Perfino la gelosia, dopo i trent’anni, diventa un controsenso, e le denunce contro i mariti adulteri non vengono quasi mai sporte oltre quell’età. La donna passa dalla tutela del padre e dei fratelli a quella del marito, e se il marito muore, spesso a quella del suocero e dei cognati. […]
Nel sud più che mai la donna ha davanti agli occhi l’esempio della madre, “una santa” sacrificata ai fornelli e alla volontà del marito. Il suo destino è di procreare, di tirare su i figli cristianamente. Il controllo delle nascite non si può neanche nominare. I rapporti coniugali si riducono a un dovere religioso.
Come si può dire realizzata l’emancipazione femminile in Italia, quando da un punto all’altro esistono sbalzi così violenti di moralità, d’istruzione e d’abitudini? Quando i giornali, lo stesso giorno, pubblicano fotografie di donne che proclamano il loro diritto d’essere “spose e amanti”, e di altre, sconosciute, che uccidono o sono uccise “per onore”? Gli eccessi, si direbbe, fanno spettacolo. Ma in entrambi i casi c’è qualcosa di anacronistico e di innaturale che ritarda l’ascesa della donna verso il posto che le spetta nella famiglia e nella società.
Nel nord la situazione è migliore ma sostanzialmente non cambia. Nemmeno qui il problema dell’emancipazione è penetrato a fondo nella coscienza delle donne. Quasi sempre l’emancipazione è intesa come una questione di diritti civili, o come libertà sessuale, o come un dato statistico: quante sono le donne che lavorano, eccetera.
[…]
 
 
 
aprile 1964

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